In sala da oggi 14 Agosto Darkest Minds, il primo adattamento cinematografico del libro The Darkest Minds della scrittrice statunitense Alexandra Bracken. 

Un vero mix Young Adult, che fà l’occhiolino e prende spunto altre saghe famose come Harry Potter, Divergent, Shadowhunters, Maze Runner e Hunger Games.

Lanterne che fluttuano nell’aria, è come Hogwarts“, esclama Ruby Daly (Amandla Stenberg), la protagonista di Darkest Minds, film distopico e soprannaturale.

Nello spazio di un paio d’ore, DM non lesina su niente: c’è del mistero, del fantastico, del sentimento e del sentimentalismo. Non mancares dell’azione abbastanza ben strutturata, ma che non coinvolge pienamente.

Insomma c’è davvero tutto quanto, nonostante la confusione iniziale. Si salva la sceneggiatura di Chad Hodge.

L’azione coinvolge, il ritmo regge per quasi tutta la durata del film, la storia progressivamente ingrana, e gli interpreti giovanissimi convincono; e se poi si è in target, nella fascia degli young adult, a maggior ragione difficilmente si può sfuggire all’inatteso hype da racconto di crescita e avventura.

Ciò che a Darkest Minds manca è il carattere: nel suo complesso, ossia visto da fuori, non con gli occhi di un pubblico degnamente profilato come me, sembra muoversi d’inerzia, un’inerzia derivativa che non ha il sapore dell’originalità, non ha la grinta non solo del nuovo, ma nemmeno dell’arrangiato ad arte perché nuovo, appunto, appaia.

Non basta, insomma, il mestiere: anche se alla prima regia live action dopo due animazioni di gran livello (Kung Fu Panda 2 e Kung Fu Panda 3), Jennifer Yuh Nelson non mostra segni grossolani di cedimento, ma deve fare i conti con un materiale che risponde in eco di troppi dejà vu. La causa va rintracciata alla fonte. Non basta sapere che i produttori del film sono i medesimi di Stranger Things, la cui febbre non è ancora svaporata; e che l’idea è, auspicabilmente, quella di sfruttare un trending genre acchiappando un pubblico un poco più maturo – o forse anche meno maturo, certamente disinteressato alle finezze di una ricostruzione nostalgica che è poi l’elemento più interessante della serie Netflix. Ma non basta nemmeno la banalità di questa suggestione: futuri distopici, conflitti adolescenziali, virus e poteri misteriosi sono elementi di una formula comprovata e piatta (che preclude qualsiasi godimento nerd) già sfruttata per (oramai esausti) franchise fra cui – evitando di annoverare prodotti cinefumettistici Marvel e DC – quelli di Maze Runner, Divergent, Hunger Games (e magari anche un po’ di Twilight).

Ha più senso invece considerare che questi fenomeni declinano il loro successo in più mezzi oltrepassando i confini dell’esperienza cinema e riuscendo, tanto per cominciare, in un successo puramente letterario, spesso impattante ma di sicuro non particolarmente duraturo. Il seme della sterilità, a lungo andare, si manifesta proprio nella proliferazione di questi prodotti (para)letterari, veri e propri “casi” che si rivelano fuochi fatui immediatamente spremuti al raggiungimento di serie cinematografiche che, arrivate infine all’ultimo loro, sembrano non avere più mordente.

L’operazione comincia forse a evidenziare le tracce di una certa ridondanza. Così Darkest Minds, alla sua prima trasposizione (per un’auspicabile trilogia), soffre già di una sorta di sonnolenza e gli elementi tipici del genere diventano, nel racconto per immagini, non più forza suggestionante ma limite e prevedibilità. E non sono particolarmente sufficienti – o comunque non lasciano particolare segno – né i tentativi di introspezione dei vari figuranti né il blando umorismo che tenta di vivacizzare momenti pensosi, né il tocco garbato di una regia che giustamente evita eccessi di computer grafica provando a distinguersi in una rappresentazione più naturale e sentimentalmente legata ai protagonisti.

Peccato.

Voto 6

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